Parrocchia Ss. Gervasio e Protasio - Gruppo Missioni Terzo Mondo

La nostra storia.

di Gianni Scarpa.

1) Vi racconto la mia bella esperienza.

Mi volto indietro e dico a me stesso: Dio mio, quanto tempo è passato! Eravamo nel 1993. Alcuni dei nostri figli erano impegnati nello scoutismo. E noi genitori? A dirla in breve, fummo concordi nella decisione di dar vita a un impegno comune finalizzato a una nuova attività, da portare avanti parallelamente a quella dei nostri ragazzi in uno spirito di piena condivisione. Sentivamo tutto questo quasi come una necessità fondamentale. In fondo, è sempre vero che si può, e si deve, imparare anche dai più giovani. L'idea che allora ci affascinò fu quella di impegnarci nell'ambito della solidarietà e dell'aiuto all'infanzia del Terzo mondo. Decisiva, in quest'ottica, fu però la “lezione” che ci venne da un ingegnere di Udine, Gianandrea Gropplero di Troppenburg. Perché parlo di “lezione”? Per comprenderlo, è necessario un riferimento all'esperienza dell'ingegnere Groppello, da lui stesso raccontata.

Continua… Alla prossima cari amici.

 

2) L’ingegnere racconta.

Raggiunta l'età della pensione (questa fu la sua testimonianza), egli si reca in India presso la missione di Madre Teresa di Calcutta. Qui si propone come volontario. Ma ecco la “sorpresa”: Madre Teresa, prendendogli le mani e guardandolo negli occhi, lo invita a non fermarsi lì, ma ad impegnarsi altrove. E non era certo un rifiuto, ma un saper guardare più lontano da parte di chi, come Madre Teresa, conosceva bene quella realtà. Fu così che l'ingegnere, dopo il disappunto e la delusione, decise di mettere al servizio dei bisogni elementari di quella popolazione le sue competenze ingegneristiche-idrauliche. Fu questo il suo volontariato, che si tradusse nella progettazione di acquedotti e pozzi d'acqua potabile in quei territori. Un sollievo non da poco (un miracolo?) per la sete e il lavoro di uomini, donne, vecchi, bambini e, perché no, animali. Una bella storia, non vi pare? Ma è una storia questa che continua.

Alla prossima, cari amici.

 

3) Ancora l’ingegnere.

Nel corso di quella esperienza, l'ingegnere conosce sempre meglio e più a fondo quella realtà e le sue caratteristiche. Ci segnalò, allora, un’urgenza e ci rivelò un numero: il numero (magico? in un certo senso, sì) di 131 bambini indiani da adottare. Naturali, a quella proposta, i nostri dubbi: impossibile! come si fa? Per la verità, una soluzione ci sarebbe stata: potevamo fare riferimento all'esperienza e alla disponibilità ad aiutarci di Carol Faison, una signora americana residente a Venezia e da poco impegnata nel campo dell' aiuto a distanza ai bambini indiani. E’ lei che ci ha fatto conoscere l’ingegnere. Ma, in fondo, la nostra decisione era stata già presa in autonomia. E siamo andati avanti. Prendiamo a questo punto contatti epistolari con padre Paschali, direttore del boarding-home (collegio) di Darbhagudem. Nel corso di questo scambio poniamo al sacerdote domande di tipo, diciamo così, economico: era sufficiente la somma di 120 dollari richiesta, per il sostentamento di un bambino? Non lo era? Il parroco aveva bisogno di altro ancora?

Quale fu la replica del sacerdote? Sarà, cari amici, il contenuto del mio prossimo “capitoletto”

 

4) La replica del sacerdote.

La risposta fu netta: non ce n'era bisogno. Per lui l'unico obiettivo che contava era quello di garantire ai bambini il diritto allo studio e a un futuro decisamente migliore. Fu il “semaforo verde” per la nostra iniziativa. A quel punto sapevamo quello che c'era da sapere sulla concreta possibilità che il nostro aiuto potesse realmente raggiungere quei bambini. Così quel seme ha dato nel tempo i suoi frutti. Da allora, grazie all'impegno del Gruppo Missioni Terzo Mondo (GMTM), non pochi sono stati i giovani indiani che hanno potuto godere del nostro aiuto. Così essi (provenienti dalla casta degli intoccabili!) han potuto vivere dignitosamente e studiare in collegio, pur non essendo orfani. E possiamo dire che c'è stato anche un lieto fine: molti di loro, grazie al sostegno partito dall'Italia, hanno raggiunto la laurea o, in ogni caso, hanno acquisito strumenti utili per il loro futuro. E soprattutto, alcuni di loro non hanno dimenticato il villaggio di origine, al quale dedicano una continua attenzione e danno una mano non trascurabile, particolarmente ai bambini più bisognosi. Così il ciclo della solidarietà e dell‘altruismo si autoalimenta e continua a vivere. Potrebbe sembrare una favola, ma non lo è.

E anche questa favola continua. Alla prossima.

 

5) Qui comincia l’avventura

Riusciamo, così, a partire per questa stimolante avventura. Che nome le diamo? Convinti della bontà di tale iniziativa e guidati dall’entusiasmo del nostro referente operativo, il ventisettenne ex capo scout Andrea Groppo, decidiamo di “battezzarla” con il nome di “Operazione Andhra Pradesh” Perché Andhra Pradesh? Perché è lo stato indiano in cui questi ragazzi vivevano: insomma, un omaggio alla loro terra. Diamo finalmente inizio a questa “avventura”, con tutto il nostro entusiasmo, ma - devo anche dire - non senza qualche difficoltà. Si trattava infatti di individuare nella cerchia dei nostri amici quelli disposti ad assumersi l'impegno e l'onere del sostegno allo studio di questi 131 bambini fino al compimento dell’intero percorso scolastico. Devo anche ricordare che, in un primo momento, avevamo previsto una durata di tale sostegno solo fino al raggiungimento del diciottesimo anno di ciascun ragazzo. Una bella differenza, non vi pare?

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6) dubbi ed incertezze sul da farsi.

Eravamo, perciò, incerti sulla strada da scegliere. Da questa situazione di incertezza ci trasse fuori il vescovo John Mulagada della diocesi di Eluru. Fu lui, appunto, che ci fece orientare per la prima scelta: del resto, egli aveva l'autorità per farlo. Un'autorità derivantegli dall'essere il primo vescovo indiano proveniente dalla casta dei cosiddetti Intoccabili e dalla sua esemplare esperienza di vita. In effetti, la richiesta di mons. Mulagada fu netta e chiara: egli la formulò ricorrendo ad un'immagine molto bella e delicata, per noi tutti toccante. Sospendere l'aiuto ai ragazzi una volta divenuti maggiorenni - egli disse - sarebbe come togliere le ali ad un uccellino che ha appena imparato a volare. No, quell'uccellino deve continuare il suo volo! Cioè, fuor di metafora, i ragazzi dovevano essere accompagnati e sostenuti fino al termine del loro ciclo di studi. A quel punto, la nostra decisione era presa: monsignor Mulagada ci aveva convinti, grazie certamente alla sua autorità, ma anche all'efficacia (e alla delicatezza) delle immagini di cui si era servito. Tutto questo accadeva nel 1996, un anno decisivo per la nostra iniziativa. Le difficoltà, però, non erano finite.

Alla prossima puntata....

 

7) ancora qualche dubbio.

Ci chiedevamo: “Che cosa ci potrebbe trattenere o ostacolare? La paura di un impegno costante? La difficoltà della distanza e della lingua? Non stiamo forse inseguendo un sogno?” “No – fu la nostra risposta -, non possiamo impedirci di guardare alle troppo profonde differenze tra i nostri figli e quei bambini: tutti devono avere uguale diritto allo studio e a una vita decorosa!”. E così, nonostante tutte le nostre perplessità, siamo riusciti ad ottenere, nel corso di tutto l'anno 1994, due risultati molto positivi: il sostegno per tutti i ragazzi di padre Paschali e l’aver fatto conoscere alla nostra comunità l'idea e la prassi dell'aiuto a distanza. Per questo “successo” un grazie doveroso da parte nostra va (anche) ai giornalisti della stampa locale: Gente Veneta, Il Gazzettino, La Nuova Venezia, che hanno seguito con attenzione, spirito di condivisione e professionalità il nostro lavoro.

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8) le scelte significative.

Su un piano più strettamente privato, invece, devo confessare che, all'inizio, il mio coinvolgimento fu, come dire, un po’ tiepido. Del tutto diverso e senz'altro più costruttivo fu, al contrario, l'atteggiamento di altri partecipanti all'iniziativa. Mia moglie innanzitutto, che, mossa da quelli l'istinto materno che non ha bisogno di molte parole, scelse la scheda numero 49: un numero che corrispondeva al nome di un ragazzino di 14 anni, segnato da un incidente stradale che lo aveva privato di una gamba dal ginocchio in giù. Si chiamava Goli Harinarayana, ed era coetaneo di nostro figlio Nicola. Le schede n. 72 e n. 130 corrispondevano invece ai nomi, rispettivamente, di Dola Manga Raju e Gangi Prem Kumar, il bambino più piccolo del gruppo. Che cosa fece, allora, Andrea, peraltro in procinto di diventare padre per la prima volta? Un gesto nobile e forte: Gangi lo adottò lui, mentre la scheda di Dola la diede come dono di nozze a una coppia di suoi amici fraterni che stavano per sposarsi (con l'invito, per gli anni successivi, a versare la quota di adozione). Il destino, quella volta, si era rivelato benevolo per i tre ragazzi. Non furono i soli, per fortuna. Ma se ho fatto i loro nomi, non è stato senza motivo: essi entreranno in più occasioni in questo racconto.

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9) Qualche considerazione.

Possiamo a questo punto fare qualche considerazione? Certo, credo proprio di sì. Questa, per esempio: l'atto di adottare a distanza esprime il desiderio profondo, quello di aprire le braccia all'altro, senza però la presunzione di voler trattenere alcuno. Si sa: spesso, nel nostro nel mondo occidentale, l’amore che si vuole e si cerca è annoverato sotto la categoria del potere. L'adozione a distanza no, perché è la liberazione da uno slancio di possesso attraverso l'amore per l'Altro, senza sradicarlo dalla sua cultura e offrendogli la possibilità di essere se stesso fino in fondo. Evidentemente questo “messaggio” è stato accolto e condiviso, se è vero che nell'anno 1995 abbiamo visto aumentare le richieste di adozione. Infatti, oltre a prendere in carico altri 96 ragazzi di Darbhagudem, abbiamo adottato 61 ragazzi del Boarding-home indiano di Mogalthur. Il buon seme ha continuato a dare i suoi buoni frutti. Cosa ne pensate?

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10) Una nuova iniziativa.

Degna di essere ricordata è anche un'altra iniziativa: era il Natale 1994 quando, con gli amici del Gruppo Insieme (con cui abbiamo collaborato fino al 1996) e con l'aiuto di Carol, abbiamo deciso di dare una concreta testimonianza della nostra solidarietà e vicinanza affettiva a quei ragazzi. Da Venezia abbiamo inviato via mare un container carico di regali e oggetti utili: stuoini per adagiarvisi e dormire, medicinali, biciclette, indumenti, carrozzine per disabili, donati da vari benefattori e associazioni. E’ stato il nostro affettuoso “Buon Natale, ragazzi”. Nel giro di poco tempo abbiamo pensato di andare in India per verificare di persona che tutto, come si suol dire, filasse liscio. Perché questo viaggio? Perché eravamo al corrente di una situazione e di voci imbarazzanti sul conto e sull'operato non proprio limpido (così almeno, si diceva), di una associazione di un paese a noi vicino. Il tutto, con grande danno di tanti poveri bambini africani. Era assolutamente necessario, pertanto, assicurarsi che questa mala pianta non infestasse il campicello di cui con tanto amore ci prendevamo cura nella lontana India.

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11) Pensando all’India.

Per l’impegno che ci eravamo presi con le persone che ci avevano dato fiducia, e su sollecitazione di Andrea, si è deciso, allora, di recarci in India, per verificare di persona che tutto fosse come doveva essere. Così è stato pianificato il primo viaggio in quel Paese sconosciuto e lontano. Il motto che abbiamo sempre rispettato in questi 25 anni è stato: i soldi che arrivano dagli sponsor per i ragazzi aiutati a distanza, devono andare tutti a loro. Solo così si può parlare di “puro volontariato”. Per ciò, tutti i viaggi intrapresi in questi anni nei luoghi dove operiamo, sono sempre stati pagati dalle singole persone. E i risultati di queste nostre “verifiche” in loco sono stati sempre positivi e incoraggianti. Un vero e proprio “nutrimento” per continuare ad alimentare il fuoco dei nostri sentimenti verso quei bambini così bisognosi.

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12) Partiamo per l’India?

Così la pianificazione del viaggio cominciava a prendere forma, anche grazie all'esperienza di Carol che ci ha aiutato ad organizzarla. Chi viene com me, chiede Andrea? Le prime persone che hanno risposto con un si convinto sono state mia moglie e due ragazze capi scout con una loro amica. Poi, dopo alcuni giorni, si sono aggiunte altre due coppie e una famiglia con una bambina di nove anni. Ed io? L'entusiasmo mi mancava, tante erano le mie preoccupazioni: non avevo mai volato, un mondo sconosciuto mi aspettava, un'alimentazione tanto diversa dalla mia. La decisione, ferma, di mia moglie che voleva conoscere Goli, mi ha fatto abbandonare tutti i miei dubbi, e così ho dato la mia adesione. Nei giorni precedenti al viaggio ho avuto un susseguirsi di pensieri su ciò che sarebbe potuto succedere. Come mi sarei sentito, io che da ferroviere ero abituato a viaggiare sulle sicure rotaie, mentre ora ero totalmente nelle mani del pilota? Siamo partiti il 22 dic 1995: eravamo in tredici persone con 17 valigie. Siamo arrivati puntuali alle ore 12.00, all'aeroporto Marco Polo, per il check-in. La partenza era prevista per le ore 13.30 con volo Air France e due scali, uno a Parigi e l'altro a Bombay (ora Mumbai). L'arrivo ad Hyderabad era previsto per il giorno 23 alle ore 14.30 locali.

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13) Partiamo!

Il viaggio, da subito, si è rivelato come una vera e propria odissea. Il decollo dell'aereo è avvenuto con un ritardo di circa due ore. A Parigi siamo arrivati con lo stesso ritardo; una corsa affannosa per il volo Air India che ci stava aspettando. Il posto mio e quello di mia moglie erano in coda, adiacente all’area in cui i viaggiatori della zona non fumatori venivano a fumare. Accanto a me una signora francese: aveva sul suo tavolino il pacchetto azzurro delle sigarette Gauloise, la cicca sempre alle labbra e un bicchiere di cognac che continuava a svuotare e riempire. Insomma, mi trovavo in una camera a gas io che da qualche anno avevo smesso di fumare. Giunti anche a Bombay in ritardo, abbiamo avuto un’altra sorpresa: il pullman che doveva portarci all’aeroporto nazionale non c’era. Abbiamo dovuto prendere al volo dei taxi che, con corse spericolate, ci hanno condotto al nuovo aeroporto. L’aereo ci stava aspettando: eravamo gli ultimi a salire! Nell’aereo centinaia di occhi indiani ci guardavano con stupore. Occhi parlanti, che ci dicevano in silenzio: siete in India! Che partenza!

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14) Eccoci in India!

Finalmente siamo in india! Ci accoglie il vecchio, fatiscente aeroporto di Begumpet, ad Hyderabad. Non era ancora finita, però, l'odissea del mio primo viaggio. Perché? Perché i nostri bagagli, molto meno veloci di noi, tra un cambio aereo e l'altro, erano rimasti a Parigi. Ci aspettava però, alla fine, una bella e positiva sorpresa: Di fronte a noi c'era padre Paschali! Ora, finalmente, potevamo vederlo in carne ed ossa! Sfoggiava un sorriso luminoso, di un bianco in netto contrasto con la sua pelle scura. E che dire delle sette rose rosse che padre Paschali portava con sé per offrirle ad ogni singola compagna di viaggio? Poteva mancare, alla fine di questa prima conoscenza, un lungo, sincero e caloroso abbraccio?

Di seguito Vi proponiamo un breve filmato del primo avventuroso viaggio in India girato nel lontano 1995, per vederlo cliccate qui: Facebook.

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15) India! Il sogno diventa realtà.

Quella che segue è la sintesi della relazione tenuta nell'incontro con gli sponsor dopo il nostro ritorno dall'india. la relazione, arricchita da significative immagini è stata scritta e letta da me, Sonia, Alberto, Francesca P.

SONIA

Scrivere, per noi, diventa quasi una necessità, ma anche dall'India ci giungono lettere, cartoline, insomma una fitta corrispondenza. D'altronde siamo stati noi stessi a rivolgere, alla fine di ogni nostra lettera, l'invito pressante “Write me son”,“scrivimi presto”. Ma ecco nascere in noi tutti il desiderio di rendere più solido questo collegamento. Come? E’ presto detto: conoscendo di persone i nostri bambini, per poterli guardare negli occhi ed abbracciarli? Un sogno? No, se è vero che questo sogno è diventato progetto e, infine, realtà. La realtà della nostra partenza per l’India. Ma reali sono anche i nostri dubbi, timori, perplessità: che realtà troveremo? di che cosa potremo avere bisogno?

Di seguito vi proponiamo un breve filmato dell'arrivo in India, per vederlo cliccate qui: Facebook.

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16) ancora SONIA

Ecco allora che le nostre valigie si riempiono: di tutto un po'. Farmaci anti-dissenteria, disinfettanti, lenzuola pulite, scatolame vario, autan. In più, in ogni valigia, una foto. E’ il bambino che abbiamo adottato e che seguiamo da un biennio. Immancabili le domande: sapremo riconoscerlo? come e quanto è cresciuto? come comunicheremo con lui, sempre che avrà anche lui voglia di incontrarci? Il regalo che gli porteremo sarà di suo gradimento? Infine: non stiamo andando incontro ad una brutta delusione, se per caso tutto si rivelasse un imbroglio? Ad ogni modo, si parte. Ci aspetta l'india, l'immensa india. Chissà come sarà.

Cliccando qui: Facebook. potete vedere la seconda parte del video girato in India.

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17) India! Il sogno diventa realtà.Il racconto continua con la sintesi della relazione fatta da ALBERTO.

L'impatto è forte, molto forte. Il volto dell'India non è propriamente delicato: fatiscente l’aeroporto di Begumpet in cui sbarchiamo con ritardo: scomparsi i bagagli; un carosello infernale di taxi, risciò di ogni tipo, vacche, un lezzo che dà la nausea; fogne a cielo aperto ai cui bordi giocano bambini. Anche i dati numerici ti lasciano a bocca aperta: un territorio grande dieci volte l'Italia, una popolazione che sfiora il miliardo di persone, centinaia di lingue e dialetti, più di una dozzina di tipi di scrittura, un'infinità di sette religiose, centinaia di raggruppamenti e partiti politici, tre milioni di biciclette fabbricate ogni anno, milioni di vacche che si aggirano per le strade (asfaltate solo il 50%), treni ancora a vapore, un fiume, il Gange, in cui si immergono i fedeli pur sapendo che è molto inquinato e ancora: una grandinata può provocare centinaia di morti, un tale può vincere una causa iniziata 761 anni prima! E il cibo? Piccantissimo! E l'acqua? Si attinge proprio da quel fiume! Sì, siamo in india!

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18) ancora Alberto

Ancora qualche parola sulle religioni. Certo, il numero delle confessioni e delle sette è superiore a quello di ogni altro paese del mondo. Ma la religione predominante, professata dalla stragrande maggioranza delle persone, è l'Induismo. E’ attraverso la meditazione che i fedeli cercano dentro di sé il proprio Dio. Al vertice di questa esperienza spirituale c'è il “Moksha”: È la salvezza spirituale che ricongiunge l'uomo allo spirito universale e pone fine alla necessità di perenni reincarnazioni. La loro Trinità è costituita da Vishnu, Shiva che ha sposato Parvati e da lei ha avuto Ganesh, il dio dal volto di elefante.

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19) India! Il sogno diventa realtà la sintesi della mia relazione.

GIANNI

Da Hyderabad ai due collegi la strada, percorsa in jeep, sembra non finire mai. Lo scenario è affascinante, ma anche sconvolgente, se non proprio crudele (per quello che offre alla vista). Intorno a noi un “fiume di vita” indimenticabile: un crocevia di caste, uomini, interi mondi in movimento. Ingorghi di auto, assordante coro di clacson, negozietti scalcinati, bancarelle con frutta e verdura esposta… per terra, folla di clienti che si muovono senza tregua. Poi, finalmente, la campagna, coi suoi colori riposanti. Villaggi di contadini e capanne di fango. Ed ecco fanciulle che vanno in risaia con i loro sari dai colori vivacissimi e, più in là, un vecchio asceta vestito solo con uno straccio bianco, con la ciotola per le elemosine in mano, avvolto da una surreale nuvola di polvere rossa sollevata da camion enormi padroni indisturbati di quelle strade.

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Dicembre 1995 - Privi dei nostri bagagli rimasti in qualche aeroporto, ci siamo adeguati alle abitudini di vita per forza maggiore: abbiamo dovuto acquistare il necessario per i giorni successivi . Spese che abbiamo fatto con guida speciale, quella di padre Paschali. E’ stato, quello, un momento non di semplice evasione, ma di vera e propria immersione nella quotidianità della vita indiana.

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20) India! Il sogno diventa realtà la sintesi della relazione di FRANCESCA.

Per fortuna c'è un'altra india. Quella dei bambini che ci sorridono, della generosità di padre Paschali, quella di padre Bala, seminarista. Per descrivere questa India vorrei avere il dono della scrittura artistica e della pittura. Altrimenti, come potrei descrivere l'emozione da me provata la vigilia di Natale del ‘95, alle 20,30 ora del mio arrivo a Darbhagudem? Emozione è rara, indimenticabile, incancellabile. Ancora sento le grida di gioia e le manifestazioni festose al momento del nostro arrivo, le luci colorate degli addobbi natalizi, gli sguardi intensi, i sorrisi affettuosissimi. Come non potrò dimenticare il profumo delle ghirlande di fiori che ci hanno messo al collo e il calore delle mani di tutti i bambini che volevano salutarci. Di tutto questo, e di altro ancora, sono grata a Ravi, a Goli, a Chinna Babu, a Kumar, a Dola e a mille altri. E so che, per tutto questo, non c'è, non ci sarà, nessuna moneta per i pagare questi bambini.

Cliccando qui: Facebook. potete vedere la sesta parte del video girato in India.

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21) India! Il sogno diventa realtà ancora Francesca

Anche altre immagini, però, difficilmente se ne andranno dalla nostra mente. Immagini di grandi città sovraffollate con le periferie poverissime, attraversate da rigagnoli e fogne a cielo aperto, abitate da una folla poverissima. Ricordo ancora la voce lamentosa di chi chiedeva l'elemosina o i gesti di mamme che chiedevano qualcosa da mangiare per il bambino tenuto in braccio o la generosità di una bambina di 4-5 anni che subito, appena ricevuto da noi qualche frutto, corre a dividerlo con amichetti e fratellini poco lontano. Al confronto, i collegi di Darbhagudem e di Moghaltur sono un paradiso, dove ci hanno offerto una bellissima ospitalità, tanto che alla eventuale domanda: è stato possibile per voi, lontanissimi da casa, senza bagagli perché smarriti, sentirsi come a casa vostra? La risposta è senz'altro: sì, è stato possibile grazie al personale di Moghaltur e soprattutto a quello di Darbhagudem.

Cliccando qui: Facebook. potete vedere la settima parte del video girato in India.

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22) India! Il sogno diventa realtà

Il ritorno a casa.

E’ il 7 gennaio. Esausti per le inenarrabili traversie causate da uno sciopero degli ingegneri di volo durato due giorni (da noi vissuti in aeroporto), lasciamo Bombay (oggi Mumbai), torniamo a casa. Ci portiamo dentro un turbinio di immagini, soprattutto quelle dei bambini entrati ormai a far parte del nostro mondo affettivo. Ci conforta il pensiero che tutto il nostro impegno verso quei ragazzi è andato a buon fine, ed è un pensiero che ci dà serenità. Sentiamo che si sono del tutto dissolti i dubbi che si potevano nutrire in questa impresa delle adozioni a distanza. E anche questo ci dà serenità. Saremo capaci di fare ancora di più? Sì, sono convinto che questa esperienza ci sarà di stimolo per organizzare e realizzare nuovi progetti per garantire ai nostri ragazzi un futuro migliore. Come, anche, ci siamo convinti che la solidarietà intesa in tal modo può diventare testimonianze di carità e di amore.

Cliccando qui: Facebook. potete vedere il video girato in India.

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23) dopo il nostro arrivo.

A questo punto, cari amici, comprenderete che della nostra iniziativa e delle nostre (dis)avventure di viaggio qualcuno, oltre la nostra cerchia, era venuto inevitabilmente a conoscenza. Detto così con un po' di autoironia, eravamo divenuti famosi! Posso ben dirlo! E sapete perché? Perché, già durante lo sciopero nell'aeroporto di Bombay siamo stati contattati in diretta dal TG3 Veneto, nel corso del quale abbiamo riferito su quanto ci accadeva; l’eco si è allargata, poi, fino alle redazioni della stampa locale. Al nostro arrivo, inoltre, sono stato contattato dalla giornalista Alda Vanzan: l'intervista è stata pubblicata sul GAZZETTINO del 14 gennaio 1996. Chi volesse conoscerne il contenuto può cliccare nel nostro sito alla pagina Il Gazzettino così potrà scoprire l'aspetto scaramantico della storia, evidenziato spiritosamente proprio dalla giornalista colpita dal fatto che 13 persone erano partite di venerdì portando con sé 17 valigie! A questo punto, non posso non sottolineare che la curiosità professionale della giornalista è diventata in seguito vero e proprio interesse partecipato alla nostra iniziativa. Un'ultima cosa, cari amici: continuerò a pubblicare altri contenuti.

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24) la giornata tipo nel bording-home

Ma qual è la giornata tipo di questi ragazzi? Come vivono la loro quotidianità? Ecco le note di un ipotetico (ma fedele) diario di uno di loro: Si fa giorno, bisogna alzarsi (da terra). Tutti al pozzo a lavarci, a rinfrescarci, pronti per il ripasso delle lezioni del mattino. Alle 13,00 il caldo si fa sentire; le prime lezioni sono terminate, per fortuna l'interrogazione è andata bene. Un po' di riso, un uovo e una banana sono il mio pranzo, poi tutti all'ombra del solito mango (per un pisolino?). Ma le lezioni non sono finite: alle 14,30 riprendono. Materie: telugu, hindi e matematica. Abbiamo l'accompagnamento del cinguettio di tanti pappagallini verdi. Dopo la fine delle lezioni alle 16,30, partitella nel vasto campo davanti alla chiesa. Divertente, peccato solo che abbiamo perso. Ora andiamo a lavarci al solito pozzo ( mi ricorderò del sapone?). Dopo le 19,00, ancora un'oretta di studio, poi a cena, dove leggo la lettera dello sponsor italiano. Ancora un ripasso delle lezioni di domani, poi a nanna. S'è fatto buio, tutti in camerata. Un pensiero e un saluto per voi, amici italiani. Grazie di tutto! E tornate a trovarci! Ciao!

Cliccando qui: Facebook. potete vedere il video girato in India.

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25)......

Della ricchezza e varietà paesaggistica dell'India, o almeno dei luoghi dove noi operiamo, ho già pubblicato vari interventi che hanno dimostrato la capacità, da parte degli autori, di saper cogliere i vari aspetti, prevalentemente esteriori, di quel cangiante coloratissimo paesaggio. E così abbiamo apprezzato la sintesi che Sonia ha prodotto, relativa ai nostri bisogni di organizzazione, ai dubbi, alle incertezze tutte legate all'ansia di raggiungere e conoscere da vicino i bambini adottati, ma anche alla gioia di aver fatto un notevole passo avanti nella realizzazione del nostro progetto; quella di Alberto sugli aspetti forti che caratterizzano il volto fisico, politico e religioso dell'india; la mia, che ho scelto per mettere in evidenza la vitalità di quel fiume di vita che ti viene incontro e che non si dimentica; e infine, quella di Francesca, che si concentra intensamente sulle manifestazioni gioiose dei nostri bambini che erano là, a Darbhagudem, ad aspettarci. Non tutte le testimonianze, come vedrete, si concentrano sul vissuto e sul momento descrittivo della nostra esperienza indiana: quella di mia moglie Eddy che pubblicherò nel prossimo post, sarà tutta centrata sul sentimento da lei provato nel momento davvero intenso dell'incontro con un nuovo “figlio”.

Cliccando qui: Facebook. potete vedere alcune foto scattate in India e un articolo del Gazzettino relativo al viaggio.

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26).....

Dunque, come già accennato, la nostra esperienza si è caratterizzata anche in un senso più stretto: quello delle emozioni legate alla interiorità. Da questo punto di vista, parole nette e chiare si leggono nella lettera-diario che mia moglie Eddy ha scritto intitolandola “Lettera a mio figlio indiano”; una lettera ideale, pubblicata nel numero 2 del febbraio 1996 di “Carpinetum”, dalla quale traspare tutto un mondo di emozioni, pensieri, sogni e progetti per l'avvenire in cui il bambino e la “madre” vivranno un nuovo rapporto. E’ per questi motivi, e per le caratteristiche stesse di questa lettera-diario, che ho deciso di pubblicarla integralmente, anche se lunga.

LETTERA A MIO FIGLIO INDIANO.

Dolcissimo Goli Hari Vorrei rivivere ancora e poi ancora l'emozione provata quando, dopo un viaggio che sembrava non avere mai fine, su strade buie e sconnesse, sfiduciato per numerosi contrattempi, Il nostro gruppetto di genitori adottivi è sceso da quello sgangherato bus, a Darbhagudem, la vigilia di Natale. Mille luci e addobbi ci hanno accolto all'ingresso della scuola orfanotrofio San Pietro e Paolo, mentre una moltitudine di bambini intonava canti posandoci al collo ghirlande di fiori, intrecciati con tanta pazienza. Sorrisi, strette di mano, inchini di riverenza alla maniera indiana. Era per noi tutta quella festa? Chi eravamo noi per meritare tanto? Persone che non avevano nulla ci offrivano le uniche cose di cui erano ricche: amore e condivisione. Frastornato è commosso, nessuno di noi riusciva a pronunciare parola né, a un certo punto, a trattenere le lacrime. Come per incanto, la stanchezza era svanita sopraffatta dalle emozioni ; una di quelle emozioni così forti che in rare occasioni si trovavano nella vita, che ti arricchiscono e che ti porti dentro negli anni a venire. Intanto ognuno di noi cercava tra la folla di bambini, ragazzi, gente del villaggio (accorsa anch'essa per condividere questi momenti di festa), il volto caro e ben noto nel proprio figlio adottato a distanza. Avevo sognato spesso, caro Goli, questo momento, e confesso che non pensavo potesse realizzarsi. ma ecco che finalmente, proprio la vigilia di Natale, il Signore così presente in mezzo a noi ha fatto sì che si avverasse. Il signore ha scelto proprio il giorno più bello per esaudire la mia preghiera: fra i volti sorridenti di cui si distingueva nella notte il bianco degli occhi e il candore dei denti, mi sei comparso davanti reggendoti alla stampella e subito si è stabilito tra noi un legame forte, profondo e al tempo stesso struggente perché tu, per me, da quel momento sei diventato il figlio svantaggiato rispetto agli altri due lasciati a Mestre, il figlio che non potevo accompagnare nella crescita, coccolare, curare quando era malato, consolare nei momenti di sconforto. E tu di questi momenti ne devi aver passati tanti! Come potrei dimenticare il sorriso timido del tuo primo approccio, il volto fiero di sedicenne quando hai pronunciato il tuo nome e infine quell'abbraccio che sanciva un vincolo fra madre e figlio, fino ad allora solo epistolare, quel volto bello e dolce mi ha pagato di molte fatiche e disagi. -Mother - mi hai detto, e mi hai tenuta stretta accompagnandomi lungo il vialetto che conduce alla casa di padre Paschali, senza mai sciogliere le braccia per paura che me ne andassi. Mi sono sentita ancora una volta mamma, come se ti avessi messo al mondo io e ti avessi ritrovato dopo tanto tempo. Avevamo tante cose da dirci. brevi frasi in inglese si accavallavano, si sovrapponevano; parole spezzate dette in fretta per dal posto ad altre... ma soprattutto gesti. Noi due ci siamo capiti fin dall'inizio e poi sempre meglio. Potevamo perfino dialogare mentre un codazzo di bambini, sempre intorno a noi (ci facevan da interpreti) si faceva in quattro per aiutarci a comunicare. Erano felici per noi. Ho capito che le persone buone e semplici sanno condividere i momenti belli e così la gioia di uno è la gioia di tutti. Non ho mai visto invidia o disprezzo fra quei bambini, sentimenti molto comuni nella nostra società del benessere; non ho mai visto sguaiataggini o cattive maniere, bensì signorilità nel comportamento, povertà dignitosa, mai miseria. Serbo gelosamente in cuore il ricordo della S. Messa celebrata la notte di Natale fra la gente umile del villaggio, accorsa a rendere omaggio a Gesù Bambino che padre Paschali aveva deposto nella mangiatoia del presepe. Ho vissuto per la prima volta il Natale in maniera appagante consapevole che Dio si è fatto carne in mezzo ai poveri e agli uomini. Lontana dal frastuono della società opulenta e consumistica ho riconosciuto il bambino Gesù dietro gli occhietti vispi di quei bambini che ci spiavano incuriositi e ammiccanti. Sono certa che queste mie riflessioni erano anche quelle dei miei compagni di viaggio. - Ma è tutto vero? Ma sta accadendo proprio a noi tutto questo? - qualcuno diceva con la voce rotta dall'emozione. Poco alla volta la tensione si scioglieva e ha lasciato il posto, nei giorni seguenti, al dialogo, alla confidenza, alla condivisione delle abitudini indiane. Nessuno dei miei amici ha sentito la mancanza dei bagagli, persi chissà dove da una settimana, l'assenza della televisione e dei giornali. stavamo bene “fuori dal mondo” e dal tempo, il nostro gruppo così eterogeneo si è sentito più unito grazie ad un comune denominatore: l'amore verso questi bambini e l'impegno a dare di più per rendere la loro vita meno disagiata. Dolcissimo Goli, ci siamo lasciati con la promessa di rivederci presto e così sarà. Mi piace coricarmi la sera pensando a tutti voi ragazzi, addormentati uno accanto all'altro rannicchiati nelle coperte. Chiudo gli occhi e ho ancora viva l'immagine di quell’immenso cielo di Darbhagudem, nero, tempestato di stelle che non ne ho mai viste tante in vita mia e così luminose, e quei silenzi notturni rotti soltanto dal canto delle rane e dei grilli.

Con affetto tua madre

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Continua.....

 

27).....

A questo punto, cari amici, sento l’esigenza di interrompere momentaneamente la sequenza temporale del racconto per tentare di esprimere fedelmente l'emozioni da me provata 23 anni dopo il primo viaggio. L'intensità di tale emozione è dovuta al fatto che, in quel caso, non ho rivisto il solo Goli (come negli altri due miei viaggi, nel 2003 e nel 2013), ma lui insieme alla famiglia che si era creato. Comprenderete che questa esperienza rivelatesi particolarmente intensa ed emozionante, non poteva non spingermi a proporre questa momentanea “svolta” nel racconto. Ultima e fortissima emozione del mio viaggio nel gennaio 2018. Stavo per passare la sicurezza dell'aeroporto di Vijayawada per imbarcarmi per Hyderabad. Sapevo che doveva venirmi a salutare Goli, il primo ragazzo che mia moglie ed io abbiamo adottato 24 anni fa. Con lui mi sono accordato che ci saremmo rivisti ancora per un saluto e che avrebbe portato anche la sua famiglia. Ero lì che aspettavo con ansia il suo arrivo, ansia che cresceva di minuto in minuto perché si faceva tardi ed io dovevo andare. Gli amici del Gruppo erano già pronti per passare la sicurezza del check-in, e mi invitavano a seguirli. Anche Goli e la sua famiglia mi cercavano. In quel momento ho rivisto lo stesso sguardo, lo stesso sorriso del bambino che Eddy ed io abbiamo incontrato in Darbhagudem per la prima volta la notte di Natale del 1995. La nostra voglia di abbracciarci era così evidente da superare la rigidità del poliziotto che alla fine ci ha permesso di avvicinarci. Ho abbracciato con gioia Goli e la moglie, che mi ha conquistato col suo sorriso, mentre i loro due bambini di 3 e due anni mi osservavano con un sorriso pieno di stupore. Presto sarebbe arrivata una sorellina. Grande, devo dire, è stata l'emozione, ed altrettanto intensa la commozione dei miei compagni di viaggio che ho ritrovato con gli occhi lucidi.

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Continua.....

 

28) CHIARA e CHINNA BABU: la bambina italiana e il "ballerino" indiano.

Ancora una “svolta” che interrompe il filo cronologico della narrazione. Torniamo al diario di viaggio del 1995. All'interno di questo viaggio mi sembra bello e giusto inserire... una storia che potrebbe sembrare una favola, ma non lo è. Chiara è una bambina italiana di nove anni. Nel corso del viaggio conosce a Darbhagudem un bambino indiano di nome Chinna Babu, che ci dimostra in più occasioni la sua bravura nel ballo. Colpita dalla sua simpatia, Chiara chiede al papà di adottare proprio quel bambino. Il papà la accontenta. La loro amicizia continuerà, durerà nel tempo attraverso le letterine. Una storia o una favola? Passano dieci anni e ritorno in India. Rivedo, in quell'occasione, molti dei bambini adottati allora, ormai grandi. In particolare incontro con un’emozione, da lui condivisa, Chinna Babu al quale consegno una lettera. Indovinate di chi? Chiaramente... di Chiara! Ma c'è di più. Fra le tante notizie che ricevo dai ragazzi sui loro studi, mi sorprende quella relativa alla scelta di Chinna Babu: studia scienze dentarie, proprio come il papà di Chiara! E c'è ancora di più! Una nota di grande sensibilità: a mia moglie viene consegnata una rosa rossa. E’ un pensiero di Chinna Babu che chiede, in quell'occasione, che una volta in Italia noi ripetiamo lo stesso gesto gentile con Chiara. La storia di Chinna Babu continua, perché negli anni sono rimasto in contatto con lui.

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Continua.....

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