Parrocchia Ss. Gervasio e Protasio - Gruppo Missioni Terzo Mondo

La nostra storia.

di Gianni Scarpa.

1) Vi racconto la mia bella esperienza.

Mi volto indietro e dico a me stesso: Dio mio, quanto tempo è passato! Eravamo nel 1993. Alcuni dei nostri figli erano impegnati nello scoutismo. E noi genitori? A dirla in breve, fummo concordi nella decisione di dar vita a un impegno comune finalizzato a una nuova attività, da portare avanti parallelamente a quella dei nostri ragazzi in uno spirito di piena condivisione. Sentivamo tutto questo quasi come una necessità fondamentale. In fondo, è sempre vero che si può, e si deve, imparare anche dai più giovani. L'idea che allora ci affascinò fu quella di impegnarci nell'ambito della solidarietà e dell'aiuto all'infanzia del Terzo mondo. Decisiva, in quest'ottica, fu però la “lezione” che ci venne da un ingegnere di Udine, Gianandrea Gropplero di Troppenburg. Perché parlo di “lezione”? Per comprenderlo, è necessario un riferimento all'esperienza dell'ingegnere Groppello, da lui stesso raccontata.

Continua… Alla prossima cari amici.

 

2) L’ingegnere racconta.

Raggiunta l'età della pensione (questa fu la sua testimonianza), egli si reca in India presso la missione di Madre Teresa di Calcutta. Qui si propone come volontario. Ma ecco la “sorpresa”: Madre Teresa, prendendogli le mani e guardandolo negli occhi, lo invita a non fermarsi lì, ma ad impegnarsi altrove. E non era certo un rifiuto, ma un saper guardare più lontano da parte di chi, come Madre Teresa, conosceva bene quella realtà. Fu così che l'ingegnere, dopo il disappunto e la delusione, decise di mettere al servizio dei bisogni elementari di quella popolazione le sue competenze ingegneristiche-idrauliche. Fu questo il suo volontariato, che si tradusse nella progettazione di acquedotti e pozzi d'acqua potabile in quei territori. Un sollievo non da poco (un miracolo?) per la sete e il lavoro di uomini, donne, vecchi, bambini e, perché no, animali. Una bella storia, non vi pare? Ma è una storia questa che continua.

Alla prossima, cari amici.

 

3) Ancora l’ingegnere.

Nel corso di quella esperienza, l'ingegnere conosce sempre meglio e più a fondo quella realtà e le sue caratteristiche. Ci segnalò, allora, un’urgenza e ci rivelò un numero: il numero (magico? in un certo senso, sì) di 131 bambini indiani da adottare. Naturali, a quella proposta, i nostri dubbi: impossibile! come si fa? Per la verità, una soluzione ci sarebbe stata: potevamo fare riferimento all'esperienza e alla disponibilità ad aiutarci di Carol Faison, una signora americana residente a Venezia e da poco impegnata nel campo dell' aiuto a distanza ai bambini indiani. E’ lei che ci ha fatto conoscere l’ingegnere. Ma, in fondo, la nostra decisione era stata già presa in autonomia. E siamo andati avanti. Prendiamo a questo punto contatti epistolari con padre Paschali, direttore del boarding-home (collegio) di Darbhagudem. Nel corso di questo scambio poniamo al sacerdote domande di tipo, diciamo così, economico: era sufficiente la somma di 120 dollari richiesta, per il sostentamento di un bambino? Non lo era? Il parroco aveva bisogno di altro ancora?

Quale fu la replica del sacerdote sarà, cari amici, il contenuto del mio prossimo “capitoletto”

 

4) La replica del sacerdote.

La risposta fu netta: non ce n'era bisogno. Per lui l'unico obiettivo che contava era quello di garantire ai bambini il diritto allo studio e a un futuro decisamente migliore. Fu il “semaforo verde” per la nostra iniziativa. A quel punto sapevamo quello che c'era da sapere sulla concreta possibilità che il nostro aiuto potesse realmente raggiungere quei bambini. Così quel seme ha dato nel tempo i suoi frutti. Da allora, grazie all'impegno del Gruppo Missioni Terzo Mondo (GMTM), non pochi sono stati i giovani indiani che hanno potuto godere del nostro aiuto. Così essi (provenienti dalla casta degli intoccabili!) han potuto vivere dignitosamente e studiare in collegio, pur non essendo orfani. E possiamo dire che c'è stato anche un lieto fine: molti di loro, grazie al sostegno partito dall'Italia, hanno raggiunto la laurea o, in ogni caso, hanno acquisito strumenti utili per il loro futuro. E soprattutto, alcuni di loro non hanno dimenticato il villaggio di origine, al quale dedicano una continua attenzione e danno una mano non trascurabile, particolarmente ai bambini più bisognosi. Così il ciclo della solidarietà e dell‘altruismo si autoalimenta e continua a vivere. Potrebbe sembrare una favola, ma non lo è.

E anche questa favola continua. Alla prossima.

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