Parrocchia Ss. Gervasio e Protasio - Gruppo Missioni Terzo Mondo

Viaggio in India - gennaio 1996

Il testo racconta l'esperienza di Antonella Levi Minzi al suo primo viaggio in India, nel gennaio del 1996.

Se qualcuno mi chiede "Com'è andato il viaggio in India?" l'unica prorompente esperienza che desidero raccontare, è quella prima settimana alle scuole. Il resto, e non è stato poco poiché abbiamo esteso il nostro viaggio a varie ed importanti città, saranno le diapo a raccontarlo, a mostrare lo splendore del Taj Mahal di Agra, l'Amber Fort di Jaipur, la città rosa di pietra arenaria, il Qutab Minar di Delhi, le immagini incommentabili di Varanasi coi suoi ghat, i pellegrini che si immergono nel Gange per purificarsi e fare offerte al sole che sorge, i cadaveri che bruciano su pire di legno, i lebbrosi che chiedono la carità in cambio del far mostra delle loro deturpazioni; e poi gli animali: vacche, capre, maiali, cinghiali che vagano indisturbati in mezzo alle "strade" infangate e polverose, dove fango e polvere si mescolano ai liquami umani e non; il caos incredibile delle strade intasate da camion, pullman, auto, ma soprattutto rishò che strombazzano in maniera assordante solo per farsi sentire, ma pronti, tutti, a bloccare il traffico anche per ore, per far passare mandrie di pecore o bufali ostinati, che non vogliono saperne di farsi da parte.

Quello che l'occhio vede, può essere impresso in una pellicola. Ma c'è dell'altro: quello che l'occhio non vede, che si sente dentro, così facile da provare, così difficile da raccontare. Quando siamo arrivati alle scuole, dopo un viaggio di 9 ore in pulmino e senza bagagli, (erano stati bloccati a Parigi e non si sapeva se, quando e dove sarebbero arrivati) sapevamo che sarebbe stato un momento emozionante, lo sapevamo da mesi, da quando avevamo dato la nostra adesione al viaggio, e da allora avevamo cercato di "prepararci", se mai a tal evento ci si può preparare.Ma quello che è scoppiato dentro ognuno di noi nel momento in cui siamo scesi dal pulmino e ci siamo trovati circondati da centinaia di mani, di voci festanti, di occhi gioiosi, è difficile a dirsi. Raramente nella mia vita ho provato un'emozione simile, emozione che non sono stata più in grado di controllare quando mi è spuntato davanti quel visino che tante volte avevo visto in foto e a cui con l'immaginazione avevo cercato di dare un'anima. Con uno sguardo e una settimana di vita insieme, abbiamo stabilito un rapporto splendido e unico.

Dal mattino al risveglio, fino a sera, i nostri bambini erano sempre lì, ad aspettare un cenno per correrci incontro, per ricevere un gesto affettuoso, per scrutare con quegli occhi profondi e penetranti, fin dentro al nostro cuore. La loro curiosità, vivacità intellettuale, avidità nel conoscere e capire tutto di noi, il desiderio di renderci noi partecipi del loro mondo, si esprimeva con gesti e con un inglese scolastico, che ci ha permesso di abbattere qualunque barriera e le parole scorrevano a fiumi. Sono stati giorni pieni, densi di umanità, d'amore, di giochi, di entusiasmo.

Noi "genitori" abbiamo avuto modo di capire fino in fondo quanto sia importante per questi bambini il nostro piccolo contributo. Non li aiutiamo solo a studiare, a riscattarsi da un livello sociale che li vedrebbe altrimenti sicuramente esclusi da qualunque opportunità di vita migliore. Loro, i "fuori casta", sarebbero destinati a rimanere sempre "fuori", a vivere in condizioni di indigenza, a continuare il lavoro dei genitori, nei campi (i più fortunati) o a chiedere un baksish ad ogni angolo di strada, a frugare fra i rifiuti in cerca di qualcosa da mangiare, a lavarsi con l'acqua di fogna, a morire di fame o di malattia (tubercolosi, gastroenteriti, setticemia, malaria, peste etc) per noi curabilissime. Li aiutiamo a diventare adulti, a crescere in un ambiente umile ma non povero, dove viene insegnato non solo l'inglese, la matematica o il telugu (loro lingua originale) ma imparano anche il significato di parole, a volte per noi europei così vacue, quali dignità e rispetto per se stessi e per gli altri, e dove essi crescono in uno spirito di comunità che non fa distinzione di religione (indù, musulmani, cattolici buddisti ed altri convivono sotto lo stesso tetto) ma che li assembla in quanto indiani "fuori casta".

I nostri piccoli possono ritenersi privilegiati perché hanno un tetto, cibo e una scuola a loro disposizione che li aiuterà a riscattarsi, promettendo e garantendo loro un futuro migliore. Noi, con poco, possiamo aiutare a crescere questa scuola, per dare ad altri bambini la possibilità di accedervi e a quelli che già ci sono, di vivere meglio. E noi cresciamo con loro.

Antonella Levi Minzi

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